La Cronaca / Cinema

DRIVE ME HOME è un ritorno alla madrepatria, Simone Catania al suo esordio da regista, convince la critica

Antonio ed Agostino sono amici per la pelle e sognano un futuro meraviglioso, lontani dal paesino della Sicilia in cui vivono. Poi però gli anni passano e i due si perdono di vista all’improvviso.
Intanto Antonio (Vinicio Marchioni) scopre che la casa in campagna in cui era vissuto sta per essere venduta all’asta. Decide quindi di partire alla ricerca dell’amico di cui non ha più traccia.
Marco D’Amore, che interpreta Agostino, si ritrova invece a recitare il ruolo di un esule che prova a ridisegnare il proprio presente lontano dagli affetti e da una terra rivelatasi ingrata. La tematica è la stessa di Una vita tranquilla. In quel caso però D’Amore era l’elemento conturbante – a discapito di un Toni Servillo voglioso di pace e anonimato – non il fuggiasco alla ricerca di un impossibile equilibrio. In quel lavoro firmato da Cupellini, così come in questo Drive Me Home di Simone Catania, il background rimante però identico: un’Europa fredda e poco ospitale, gli italians spesso arraffoni e dediti all’arte dell’arrangio.
All’esordio con un lungometraggio, Catania aggiunge un nuovo tassello ad una carriera finora dedita alla videoarte e a numerose esperienze con i formati corti. Ed è in scene come quella ambientata nella sauna per scambisti che quel bagaglio culturale del regista sembra venire più facilmente a galla, proponendo, almeno sul piano estetico, delle suggestioni visuali che ricordano quasi gli ultimi lavori di Winding Refn. Molti neon, tanta solitudine, altrettanta perversione. Senza che però quest’ultima diventi mai la chiave di lettura predominante del film.
Già dai primi momenti in cui i due protagonisti si ricongiungono, Drive Me Home si autodenuncia subito come un road movie anomalo, a tinte noir, in cui il paesaggio non conta e la tensione narrativa orbita tutta intorno ai due attori principali.
L’uso che poi fa Catania della macchina a mano è interamente volto ad accentuare la distanza tra Agostino ed Antonio, due esseri un tempo legati da un amore fraterno ed ora quasi irrimediabilmente divisi. Perché, più che un’Europa senza confini, quella di Drive Me Home è la storia di due individui senza meta. La storia di una generazione costretta a fuggire dalle proprie origini e dalle proprie (in)certezze.
Allora, non fosse per il finale, forse un po’ troppo sbrigativo nel cercare di chiudere il cerchio delle premesse iniziali, verrebbe voglia di restare ancora un po’ con queste anime dannate, corrotte da una società che, da loro, si aspettava ben altro. E che invece, nel bene e nel male, resterà a bocca asciutta…

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